Il mio nome è Nicoletta, e sono un’alcolista
Ciò che è diverso mi ha sempre fatto paura e l’ho sempre aggredito, perdendo puntualmente. Smettere di bere e iniziare un nuovo stile di vita mi hanno posto a confronto con il mio mondo interiore e con il mondo esterno.
Lentamente ho imparato ad attraversare ciò che mi faceva paura, inclusa la solitudine: ho imparato a starci dentro, e ho imparato anche a guardare negli occhi quella diversità senza più temerla né sentirmi giudicata peggiore, o strana. Una maggiore conoscenza di me mi ha portato a credere che non sono sbagliata, ma imperfetta e a volermi bene nella mia imperfezione. Accettando me stessa riesco anche ad accettare chi è diverso da me, a vivere la diversità come un altro modo di vedere le cose, e quindi come una possibile fonte di arricchimento, e non come una minaccia alle mie certezze.
Il mio target comunicativo era basato sull’uso della parola per ferire o impore il mio punto di vista, o la mia conoscenza dell’argomento; questo portava spesso a scontrarmi con l’altro e mai ad incontrarlo. Mi succede ancora, a volte, me ne accorgo abbastanza rapidamente e riesco a non smettere di comunicare. Quando ciò avviene e il dialogo si interrompe, lo vivo per ciò che è: un fallimento, senza tuttavia farne un dramma. Penso che non ho saputo ascoltare l’altro perché ero troppo impegnata ad ascoltare solo me stessa, e mi riprometto di fare meglio la prossima volta.
Non sono perfetta, non sempre riesco ad essere pronta per aprire la mente e il cuore a chi i è di fronte, ma ci provo continuamente e questo mi fa vivere serenamente, mi fa addormentare senza sensi di colpa. A volte accade però che sia l’altro a non voler comunicare; in quel caso è giusto che io lo rispettio: non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi tempi né possiamo costringere ad ascoltare chi vuole essere lasciato solo e in silenzio. Infine, per dialogare è necessario che si parli la stessa lingua.
Il nostro idioma si chiama “Linguaggio del cuore”, ma se il cuore lo atrofizzo e lo umilio costantemente, quello poi non funziona più e non è più capace di parlare alcun linguaggio se non quello dell’orgoglio e della paura; così ci si allontana e ci si isola.
Nicoletta, Roma
Lentamente ho imparato ad attraversare ciò che mi faceva paura, inclusa la solitudine: ho imparato a starci dentro, e ho imparato anche a guardare negli occhi quella diversità senza più temerla né sentirmi giudicata peggiore, o strana. Una maggiore conoscenza di me mi ha portato a credere che non sono sbagliata, ma imperfetta e a volermi bene nella mia imperfezione. Accettando me stessa riesco anche ad accettare chi è diverso da me, a vivere la diversità come un altro modo di vedere le cose, e quindi come una possibile fonte di arricchimento, e non come una minaccia alle mie certezze.
Il mio target comunicativo era basato sull’uso della parola per ferire o impore il mio punto di vista, o la mia conoscenza dell’argomento; questo portava spesso a scontrarmi con l’altro e mai ad incontrarlo. Mi succede ancora, a volte, me ne accorgo abbastanza rapidamente e riesco a non smettere di comunicare. Quando ciò avviene e il dialogo si interrompe, lo vivo per ciò che è: un fallimento, senza tuttavia farne un dramma. Penso che non ho saputo ascoltare l’altro perché ero troppo impegnata ad ascoltare solo me stessa, e mi riprometto di fare meglio la prossima volta.
Non sono perfetta, non sempre riesco ad essere pronta per aprire la mente e il cuore a chi i è di fronte, ma ci provo continuamente e questo mi fa vivere serenamente, mi fa addormentare senza sensi di colpa. A volte accade però che sia l’altro a non voler comunicare; in quel caso è giusto che io lo rispettio: non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi tempi né possiamo costringere ad ascoltare chi vuole essere lasciato solo e in silenzio. Infine, per dialogare è necessario che si parli la stessa lingua.
Il nostro idioma si chiama “Linguaggio del cuore”, ma se il cuore lo atrofizzo e lo umilio costantemente, quello poi non funziona più e non è più capace di parlare alcun linguaggio se non quello dell’orgoglio e della paura; così ci si allontana e ci si isola.
Nicoletta, Roma